lunedì 1 febbraio 2016

"Ritratto di Signora" (47)

 

Buongiorno,
questo mese lasciamo la parola a Miki.
Potete leggere questo articolo anche sui blog: Miki in the PinklandStasera cucino io, Books Land, Un libro per amico e BTS of my Soul.
 
Ho fatto il mio primo tatuaggio il 14 Gennaio del 2006, dopo un orrendo periodo della mia vita. E' piccolo, relativamente nascosto, ma racchiude un forte significato.
Il secondo, fatto il 17 Ottobre del 2012, è legato ad un altro brutto episodio, ma, ogni volta che lo guardo, non posso trattenere un sorriso.
L'ultimo, il 17 Ottobre del 2015, è il più grande ed è legato a tantissimi momenti di gioia. Non è quello realizzato meglio, purtroppo, ma lo amo infinitamente.
"E se poi te ne penti?"
"Ma sai che brutto quando sarai vecchia?"
Le reazioni di molte persone davanti ai miei tatuaggi è alquanto discutibile.
Non ho mai pensato al tatuaggio come una moda o un ornamento e
sicuramente si tratta di una decisione con cui farò i conti per tutta la vita.
Ma non è così per ogni decisione presa?
Le conseguenze saranno davanti ai nostri occhi sempre, che si vedano o meno.
E quando sarò vecchia, il mio corpo potrà non essere gradevole alla vista di qualcuno, ma non sarà un tatuaggio a renderlo peggiore. E comunque ci si può sempre girare dall'altra parte.
Commenti del genere non mi danno più fastidio, ormai ci ho fatto l'abitudine, ma ci sono alcune obiezioni che puntualmente mi fanno contare fino a dieci prima di rispondere:
"Sì, i tatuaggi sono belli... Su un uomo però, non su una donna"
"Eh, ma tu sei femmina, perché ti stai rovinando così?"
Perché nel 2016, troppe molte persone - e tante sono donne - apprezzano questo,

 ma disprezzano questo.
 Il tatuaggio è uomo? Non direi proprio...
Le prime tracce di tatuaggi sono state ritrovate su corpi di donne.
Amunet, vissuta a Tebe nel 2200 a.C., era una sacerdotessa della dea Hathor. 

La sua mummia presenta tatuaggi sul ventre a cui sono stati attribuiti significati legati alla fertilità.
Altre mummie di donne risalenti allo stesso periodo riportano tatuaggi, assenti invece sui corpi degli uomini.
Il corpo della principessa Ukok

è stato ritrovato in Siberia nel 1993. Risale a 2500 anni fa e presenta tatuaggi dall'aspetto sorprendentemente moderno: una sorta di animale mitologico - una renna con il becco di grifone e le corna di un capricorno - le ricopre la spalla sinistra e altri simboli sono presenti sulle mani. Probabilmente stavano ad indicare un ruolo superiore a quello degli altri appartenenti alla comunità.
E' profondamente in errore chi pensa che il tatuaggio sia un fenomeno nuovo.
In un remoto passato era comune anche per le donne mostrare questi segni indelebili sul corpo. Le motivazioni potevano essere diverse e potevano essere legate alla fertilità, alla guerra, alla posizione, al tramandarsi visivo del sapere, e già all'epoca era considerato un modo per abbellire il corpo.
Non ho trovato molte informazioni sul come e sul perché sia cambiata la concezione che si ha di questa pratica.
L'Imperatore Costantino la proibì con un decreto che si appellava al Levitico (19,28), in cui si condannavano i marchi sulla pelle, e risalgono al XVII secolo le prime testimonianze secondo le quali il tatuaggio era identificato con il mondo delle prostitute e dei criminali. In questo periodo, infatti, le cortigiane cominciarono a farsi tatuare.
Dalla seconda metà dell'800 fino agli anni '40, sfoggiare un tatuaggio per una donna era un atto coraggioso, che sfidava i rigidi tabù dell'epoca.
Ballerine di Night, ragazze dei Freak Show, modelle alternative, antenate del moderno burlesque, andavano in giro con i corpi completamente tatuati. 

Una delle prime Circus Ladies di cui si ha testimonianza è Nora Hildebrandt, che nel 1882, all'età di ventidue anni, con i suoi 365 tatuaggi realizzati dal padre (uno al giorno per un anno), venne fatta esibire al Brunell's Museum di New York.
Qualche settimana dopo toccò ad Irene Woodward,
Bella Irene, autoproclamatasi "The Original Tattooed Woman".
Betty Broadbent

fu ribattezzata "la più giovane donna tatuata al mondo". Aveva 17 anni quando, stufa di fare la babysitter, andò a New York e si fece tatuare Pancho Villa sulla gamba sinistra, Charles Lindbergh sulla destra ed una Madonna con Bambino sulla schiena. Tanto per iniziare. Betty fu la prima ad esporre i suoi tatuaggi per quello che erano. Non raccontava, come le altre circus ladies, storie di rapimenti e sevizie da parte di indiani, per attrirare l'attenzione della gente. Betty era diversa. Era giovane, sicura di sé ed anticonformista.

Queste ed altre figure contribuirono, in maniera diversa, alla nascita delle prime associazioni di
donne tatuate per scelta (negli anni venti, in America, gli uomini facevano tatuare le mogli, anche contro la loro volontà, in segno di possesso), che, dall'epoca vittoriana in poi, si identificavano anche con le più indipendenti economicamente e con coloro che avevano avuto la possibilità di viaggiare senza sottostare a mariti e famiglie oppressive. 

Donne che esibivano la loro pelle illustrata con un coraggio paragonabile alla stessa irriverenza rivoluzionaria delle prime suffragette e delle protofemministe, che fecero propria una pratica vietata per secoli in Occidente, da papi, teologi, sovrani, e ne fecero espressione di bellezza ed autonomia, trasgredendo gli ideali di purezza e decoro femminile.
Risale agli inizi del '900 anche la prima tatuatrice donna, Maud Wagner, nata nel 1877 in Kansas. 

Maud era una trapezista e contorsionista, che lavorava in numerosi circhi itineranti. Iniziò ad esercitare la reietta professione, dopo aver incontrato Gus Wagner, un tatuatore, che sposò qualche anno dopo il loro incontro e da cui ebbe una figlia, Lotteva, che iniziò a tatuare all'età di nove anni ed è diventata lei stessa un'artista.
Maud faceva a pugni con i perdigiorno che entravano nella sua bottega per allungare le mani e incideva cuoricini con il nome dell'amato sulla pelle di giovani fidanzate, quali sigilli d'amore indelebili. I Wagner, nonostante l'invenzione del tatuaggio a macchina, rimasero fedeli alla tradizionale tecnica "hand-poked", che portarono in giro per tutti gli Stati Uniti.
Un articolo a parte dovrebbe essere scritto per parlare della tradizione orientale, e giapponese in particolare, del tatuaggio. Nella seconda metà del '900, i tattoo sono stati una forma di ribellione contro il governo. A quell'epoca infatti, le donne della classe media non potevano indossare i kimono, riservati solo alle nobildonne, e si facevano tatuare sul corpo disegni simili a quelli delle sete preziose con cui venivano realizzati. 

Con il passare degli anni, il tatuaggio fu associato sempre di più al corpo maschile, diventando prerogativa di militari e marines e, successivamente di alcune categorie di individui che vivevano ai margini della società, come marinai e carcerati.
Ciò portò ad una vera e propria stigmatizzazione delle donne tatuate, che continuarono però ad utilizzare questa forma d'arte per esprimere una protesta ed il distacco dalla modernità, come negli anni '60-'70 con il fenomeno hippie.
Solo a partire dagli anni '80/'90 il tatuaggio comincia a ripulirsi di tutte i pregiudizi che gli hanno affiancato nel tempo, ma continua a rimanere critico il fenomeno sul corpo femminile.
Ad oggi possiamo assistere a fenomeni diversi. da una parte ci sono modelle e donne dello spettacolo che sfoggiano un corpo tatuato con disegni delicati, piccoli e che seguono le linee di un corpo senza difetti, che segue i canoni di una bellezza conforme agli stereotipi, dall'altra ci sono donne che praticano il tatuaggio come nell'antichità e lo vedono come uno strumento di comunicazione visiva di un messaggio.
Svariate sono le motivazioni che portano le donne a tatuarsi e ciò è stato anche oggetto di "studio" da parte di alcuni ricercatori francesi, che sono approdati a risultati alquanto discutibili: "Le donne tatuate sono considerate dagli uomini della Bretagna più attraenti e più disponibili". Lampante esempio di una visione limitante e stereotipata.
Tatuaggio come body art ma anche come terapia, per camuffare menomazioni chirurgiche, traumi del corpo e dell'animo.
Ed è proprio con questo che voglio concludere.
P.Ink è un'associazione che si propone di mettere in contatto donne sopravvissute ad un cancro al seno e sottoposte a mastectomia con tatuatori disposti a donare loro una
forma di guarigione che nessun altro può dare.
Perché
il cancro al seno non deve lasciare l'ultimo segno.

Miki
FONTI:
Grazie Miki per avermi fatto conoscere la storia dei tatuaggi e l'associazione P.Ink. La foto del tatuaggio che riprende i disegni del kimono mi piace moltissimo.  Personalmente non amo né le donne né gli uomini eccessivamente tatuati, ma come per ogni cosa ognuno è libero di fare la propria scelta. Al momento non ho tatuaggi, ma l'idea di farmene fare uno c'è.

Al prossimo mese,
Francesca, Daniela, Federica, Jennifer, Miki e Monica.

 

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