lunedì 7 settembre 2015

"Ritratto di Signora" (42)

 
Buon pomeriggio,
dopo un mese di vacanza ritorna "Ritratto di Signora" e questa volta la parola va a Miki.
Potete leggere questo articolo anche sui blog: Miki in the PinklandStasera cucino io, Books Land e Un libro per amico.

Come ogni mattina, sono i rumori che provengono dalla cucina a svegliarmi. Rose, la cuoca, è la prima ad alzarsi, si mette subito al lavoro per preparare la colazione. Io la seguo a ruota.
Mi alzo, spalanco la finestra e, nonostante la camera non goda di una bella vista, rimango ad osservare per qualche minuto New York, in quel momento magico in cui si intrecciano i cammini delle persone. C'è chi mette fine ad una lunga notte e sta tornando a casa e chi si affretta ad iniziare la giornata. Il tutto circondato da quella che è la stagione che più dona a questa città: l'autunno.
Guardo le foglie per terra e mi chiedo se riuscirò mai a coglierne i colori. Un pensiero breve, da cui vengo distolta subito.
Il signor Smith, circondato dai suoi giornali, se la dorme beatamente. Stasera pagherà cara la sua debolezza, quando la moglie farà i conti e si accorgerà di quante copie gli sono state rubate sotto al naso.
La signora Harris, bambinaia dei Cooper, è già in strada con Alice ed Amber, che assonnate vorrebbero sicuramente tornare a letto piuttosto che andare a scuola.
Mi giro verso destra ed eccole lì. Puntuali, la signora Hockley e la signora Dawson, con le loro orribili volpi spelacchiate attorno al collo, si recano alla parrocchia per la funzione del mattino. Da lontano il loro aspetto sembra sofisticato ma da vicino è solo pretenzioso. I cappotti sono consumati lungo l'orlo e sui gomiti. Le velette dei loro cappellini stracciate in più punti. Le calze in lana grezza hanno sostituito la seta. E nei loro sguardi duri e segnati tutta la rabbia per aver perduto un patrimonio e la dignità in quel maledetto 24 Ottobre.
Vorrei continuare ad osservare, scrutare, scoprire, ma prima il dovere.
Di fronte alla porta della mia stanza, lavata e vestita, liscio le pieghe della gonna, sistemo il colletto della camicia e guardo l'orologio. Trenta secondi. Il tempo di mettere al collo la mia
Rolleiflex e sono pronta. Puntuale. Come sempre.
Giro il chiavistello, levo la catena, sblocco la serratura e con un profondo respiro esco fuori dalla mia camera. Dalla mia tana. Dalla mia sicurezza.
Scendo le scale ed entro in cucina.
- Buongiorno Miss Maier
- Buongiorno Rose - dico senza nemmeno sollevare lo sguardo. Aspetto un attimo, trovo la luce giusta e scatto.

Vivian Maier non sarebbe stata nessuno se, quel giorno del 2007, John Maloof, giornalista che voleva scrivere un libro su Chicago, non si fosse imbattuto in lei per caso. A John servivano fotografie per il suo libro e quella cassa piena di negativi prometteva bene. Aggiudicarsela all'asta fu semplice e relativamente poco dispendioso.
Una volta a casa, dopo un rapido sguardo, John capì che sfortunatamente lì dentro non c'era nulla che potesse servirgli, ma poco tempo dopo, prestando maggiore attenzione, realizzò che per 380$ aveva portato a casa un tesoro.
Seguendo piccoli indizi, scoprendo informazioni importanti, digitalizzando alcuni negativi, John Maloof inizia a sviluppare una vera e propria ossessione per Vivian Maier. Ed è proprio grazie a questa ossessione che oggi sappiamo di trovarci di fronte ad una delle fotografe più talentuose del '900, una pioniera della street photography, una donna misteriosa con una storia singolare ed a tratti controversa.


Paradossale, forte, eccentrica, misteriosa, audace, riservata. Questi sono alcuni degli aggettivi usati dalle persone che l'hanno conosciuta e che Maloof ha intervistato.
Attraverso queste testimonianze, si può tracciare un ritratto di Vivian abbastanza accurato, che cambia notevolemente con il passare del tempo e che vede emergere delle zone d'ombra, oscure ed inquetanti, tanto da avvolgerla completamente negli ultimi anni della sua vita.
Nessuno può dire di conoscerla bene. Non ha mai avuto una famiglia sua e nessun vero amico.
C'è chi crede fosse di origini francesi e chi invece pensa che lei si sforzasse a parlare con quell'accento. Alcuni la descrivono come una bambinaia eccezionale, attenta, instancabile. Altri la definiscono paranoica, severa, a tratti cattiva.
"Era come una mamma per noi."
Tutti ricordano perfettamente la sua riservatezza. In ogni casa in cui ha risieduto, la prima richiesta era l'installazione di una serratura alla porta della sua stanza. Nessuno aveva il permesso di entrare lì dentro.
E poi c'era la sua Rolleiflex, perennemente al collo, pronta a scattare, la macchina fotografica perfetta per fotografare in incognito. A Vivian bastava abbassare lo sguardo per immortalare la scena. Non necessitava di pose particolari, aspettava solo il momento giusto, spesso lasciando il soggetto perplesso a chiedersi chi fosse quella donna e perché lo avesse fotografato.

Bambini, donne, uomini, ricchi, poveri, mendicanti, storpi, il suo obiettivo fotografico non risparmiava nessuno. Era come se Vivian volesse immortalare l'intera gamma delle emozioni umane. E non solo. 
 
Miss Maier, così voleva essere chiamata, era un'accumulatrice compulsiva. Ed è proprio grazie a questa sua caratteristica che Maloof ha potuto scoprire così tanto su di lei.
Immaginate come sia stato per lui ritrovarsi di fronte ad un magazzino completamente stipato di scatoloni contenenti qualsiasi cosa. Dalle ricevute ai biglietti del pullman, da scarpe e cappelli a ritagli di giornale. Oltre a tutto ciò, centinaia di migliaia di negativi. Sì, avete capito bene.
La vita di Vivian potrebbe essere paragonata a quella della poetessa Emily Dickinson, la cui produzione non è mai stata divulgata dalla stessa e talvolta persino nascosta in posti impensabili.
Ma, a differenza della Dickinson, la Maier ha avuto una vita molto lunga ed intensa, ed un'attività fotografica davvero prolifica. 
 
"La mia prima reazione quando ho visto il suo lavoro, era quel tipo di gioia che provi quando ricevi una sorpresa e senti che qualcuno, fino a quel momento da scoprire, rende improvvisamente disponibile il suo lavoro. E sembra così buono.
Sembra che ci sia un occhio autentico ed un vero e proprio esperto sulla natura umana e la fotografia e la strada e quel genere di cose che non accadono spesso.

 
"Aveva un grande occhio ed un grande senso dell'inquadratura.
Aveva il senso dell'umorismo ed il senso della tragedia.
Quelle foto con i bambini sono bellissime.
Bellissima sensazione di luce, ambiente.
Lei aveva tutto.
Più John scopre della vita di Vivian, più fotografie sviluppa, più avverte la sensazione che ci sia un pezzo mancante.
Perché una tata è così appassionata di fotografia?
Perché non ha mai sviluppato il suo lavoro?
Cosa l'ha spinta a tale costrizione?
Chi era Vivian Maier?
"Era una donna diversa dalle altre. Indossava grandi cappotti con cappelli di feltro. Era come se nascondesse sempre le sue forme. Era molto alta e le piaceva indossare camicie da uomo. Camminava sbattendo i tacchi e facendo oscillare le braccia come un soldato. Aveva sempre la sua macchina fotografica attorno al collo."
Il mestiere della tata era per Vivian l'opportunità di fare qualcosa che le permettesse di stare dentro e fuori dal mondo. Questo le dava un certo senso di libertà. Aveva un rifugio, non doveva preoccuparsi di sbarcare il lunario, e, soprattutto, aveva tempo per la fotografia.
Ad un certo punto John Maloof comincia a chiedersi se divulgare il suo lavoro non sia una sorta di torto, un'ingiustizia nei confronti di questa donna misteriosa.
Cosa penserebbe Vivian?
Ne sarebbe felice?

Vivianne Maier nasce a New York il primo Febbraio 1926, da madre francese, Marie. Il padre scompare quando lei è molto piccola ed ha un fratello maggiore di cui non si sa nulla. Non ha rapporti con nessun membro della sua famiglia, tanto che l'unica zia che le rimane scrive nel testamento di non voler lasciare nemmeno un centesimo ai suoi parenti, per motivi gravi, di cui solo lei ed alcuni amici sono a conoscenza.
Comincia a lavorare come operaia in un'industria tessile, ma proprio per la sua voglia di libertà inizia a fare la tata. New York, Chicago, Philadelphia e tanti altri sono i posti raggiunti dalla donna. Un'altra sua caratteristica infatti è proprio quella di non voler mettere radici, fino al momento in cui gli Stati Uniti non sono più abbastanza.
Bangkok, India, Thailandia, Egitto, Yemen, Sud America, Europa... Per otto mesi, Vivian viaggia da sola, scattando migliaia di foto in giro per il mondo.
Grazie ad alcune foto e lettere, John riesce a risalire al paesino francese di provenienza, Saint-Bonnet en Champsaur, sulle Alpi. Lì ci sono persone che si ricordano di Vivian e si ricordano di lei proprio perché era diversa.
"In quel periodo - dice il sindaco del paesino, riferendosi agli anni '40 - le foto si facevano il giorno della comunione o del matrimonio. Vivian percorreva le vie di Champsaur e impazziva di fronte ad una montagna, o per qualcuno che lavorava nei campi. Per noi era davvero bizzarro."
E' mamma Marie ad aver trasmesso la passione per la fotografia a sua figlia o almeno è questo ciò che John deduce quando un cugino di Vivian gli mostra una macchina fotografica appartenuta a sua madre ed alcune foto che la ritraggono molto piccola. 

A Champsaur, inaspettatamente, Maloof trova più risposte di quante immaginasse.
"Caro signor Simon,
spesso guardo i miei vecchi capolavori di Champsaur, che voi avete ingrandito per me in cartoline. Adoro guardare questi bellissimi paesaggi e mi fanno pensare a lei. Questo è il mio problema. Mi chiedo se potessimo fare insieme degli affari, malgrado la distanza che ci separa. Adoro vedere lavori come i suoi, che sono molto difficili, come avrete senza dubbio notato.
Forse potrei inviarle i miei scatti per farli stampare. Ho un mucchio di scatti magnifici, che ho scattato con la mia nuova macchina Rolleiflex. Ho fatto tantissimi esperimenti da quando sono tornata negli USA e non sono così cattivi, anche se lo dico io stessa. E quando dico un mucchio, intendo un'enorme quantità.
Concludendo, non voglio alcun effetto patinato, preferisco un semi effetto. Usi la stessa carta che ha già usato per le mie altre cartoline. Ed infine mi faccia sapere cosa pensa della mia idea."
Questa lettera dimostra che Vivian sa di essere una brava fotograva, è consapevole del valore dei suoi lavori ed avrebbe voluto mostrarli alla gente.
Una spinta in più per continuare questo viaggio alla scoperta di una grande artista.
A poco a poco, all'idea di una donna particolare, intraprendente ed entusiasta se ne sovrappone un'altra, sicuramente inaspettata.
Sono gli ultimi bambini che Vivian ha cresciuto a ricordare la donna come una persona estremamente intransigente, distaccata, cattiva, a tratti disturbata.
Miss Maier è stata la governante di Inger dai cinque agli undici anni. La bambina compare in diversi scatti della sua tata. La portava a fare delle lunghe passeggiate, inoltrandosi nelle zone peggiori della città, luoghi in cui i genitori di Inger non avrebbero mai permesso che andasse.
E' la stessa Inger a raccontare, per la prima volta, che Vivian la forzava a mangiare: "
Lei mi teneva giù e mi spingeva il cibo in gola, facendomi soffocare. E lo avrebbe fatto ancora e ancora. C'era molto di più di un lato oscuro in lei. La prima volta che mi ha colpito è stata quando avevo cinque anni, perché stavo imparando ad allacciarmi le scarpe. E non lo facevo bene. Ha iniziato a sbattermi la testa sulla libreria."
Vivian Maier ha una vera e propria ossessione per i quotidiani, che legge avidamente e che conserva stipati in alte colonne che arrivano fino al soffitto della sua stanza.
"Aveva una passione per le cose bizzarre, grottesche, incongrue. Non era interessata alla dolcezza ed alla luce. Le piacevano i titoli che rivelavano la follia dell'individuo."
Sfogliando i ritagli di giornale, rigorosamente catalogati e conservati, Maloof nota una certa ricorrenza di parole come abuso su minore, violenza, stupro, vittima, vendetta, omicidio.
"Era cattiva. Non so come altro dirlo. Non so se avesse un lato oscuro. Ricordo che una volta mi disse 'Questi uomini vorranno che tu ti sieda sulle loro ginocchia. E dopo sentirai qualcosa che ti sta frugando.' Lei aveva questa rabbia nei confronti degli uomini."
"L'ho vista saltare indietro per la paura più di una volta, sai, a causa di un uomo. Diceva che non fanno altro che rovinarti e avrei dovuto fare attenzione e stare lontana da loro. Tutto ciò che vogliono è il sesso."
"Aveva paura di essere toccata."
E' inquietante ed orribile l'ipotesi che si fa strada ascoltando queste testimonianze. Una violenza, un abuso spiegherebbero il suo comportamento, spiegherebbero perché con il passare del tempo lei si sia lasciata sempre più travolgere dall'orrore vissuto, dalla rabbia, che ha finito per riversare sugli altri.
Quando una sua datrice di lavoro le confida di voler adottare un bambino, Vivien dice: "Se volete prendervi cura di qualcuno, perché non vi prendete cura di me?"
Negli ultimi anni della sua vita, Miss Maier è completamente sola, seduta su una panchina nel parco, con il suo cappello sbilenco ed una lattina di cibo freddo, pronta ad urlare contro chiunque le rivolga la parola. La fine di una vita intensa, passata ad osservare il mondo da dietro un obiettivo, come fosse una protezione. La macchina fotografica è stata per Vivian una sorta di tramite, un contatto con il mondo che non avrebbe potuto farle del male. Non stavolta.


"Dovete tentare di disegnare, partendo dalle evidenze che avete, una certa comprensione dell'individuo. Credo che le sue foto mostrino tenerezza, immediata allerta per le tragedie umane e quei momenti di generosità e dolcezza. la vedo come una persona estremamente vigile, attenta, premurosa. E probabilmente faceva la tata perché aveva queste capacità."
(Joel Meyerowitz)
"Nel 1962, quando ha scattato tante fotografie, i bambini giocavano sempre negli anfratti. E' il più bel posto nel mondo. Andava sempre lì perché voleva che i bambini stessero un po' nella natura. C'era una macchia di fragole selvatiche lì da qualche parte.
A lei piaceva così tanto.
Per questo l'hanno sepolta lì.
E' un luogo dove loro la ricordavano felice."
FINDING VIVIAN MAIER

FONTI:
Grazie Miki per questo interessante ritratto. Mi fai sempre conoscere storie nuove.
Al prossimo mese,
Daniela, 
Fede, Franci, Miki e Monica.

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