martedì 7 aprile 2015

"Ritratto di signora" (38)

 

Buon pomeriggio,
oggi la parola va a Federica .
Potete leggere questo articolo anche sui blog: Miki in the PinklandStasera cucino io, Books Land e Un libro per amico.

L'idea per questo ritratto mi è venuta addosso di colpo.
Leggevo un articolo sui testimoni di giustizia e mi sono ricordata di un servizio visto tempo fa al telegiornale in cui si parlava di una ragazza, trasferitasi in Sicilia per amore di un ragazzo, che avrebbe scoperto poi essere parte di una famiglia mafiosa.
Inutile dirlo, ma la storia non è finita bene.
Non ricordo i particolari, non ricordo nemmeno il nome della ragazza, mi spiace, ricordo solo dettagli meno importanti, perché spesso sono distratta da futilità e perdo poi quello che è il cuore delle storie.
Ma alla fine devo aver interiorizzato quella storia più di quanto non credessi, se quando mi sono chiesta di chi parlare per il mio post, il pensiero è andato lì.
Purtroppo il nostro paese è pieno di episodi simili.


Nel 2002, Lea Garofalo dopo aver testimoniato contro l'ex compagno e la sua famiglia, viene inserita nel programma di protezione testimoni , ma in seguito ne fu estromessa perché il suo apporto venne giudicato "non significativo". Nel dicembre del 2007 - dopo una pronuncia del Consiglio di Stato - venne riammessa al programma, ma nell'aprile del 2009, pochi mesi prima della sua scomparsa, decise all'improvviso di rinunciare volontariamente a ogni tutela e di tornare a Petilia Policastro, per poi trasferirsi a Campobasso in una casa trovata proprio dall'ex compagno Carlo Cosco. In seguito, con un sotterfugio, l'ex marito cercò di farla rapire da un suo complice, ma la donna riuscì a sfuggire all'agguato, grazie al tempestivo intervento della figlia Denise, e informò i carabinieri dell'accaduto ipotizzando il coinvolgimento dell'ex compagno. Lea Garofalo conosceva, infatti, molti segreti della faida fra le famiglie Garofalo e Mirabelli di Petilia Policastro.
Alla fine, nel novembre dello stesso anno, Lea venne rapita, torturata e infine uccisa e il suo cadavere occultato in un terreno nella frazione di San Fruttuoso (Monza).
Lo scorso dicembre la cassazione ha confermato 4 ergastoli e una pena di 25 anni ai cinque uomini colpevoli della sua morte.


Maria Concetta Cacciola proviene da una famiglia imparentata con la cosca dei Bellocco.  A sedici anni si sposa e diventa mamma di tre figli.
Quando però il peso di quella vita diventa insopportabile, comincia a fare rivelazioni che la portano presto ad allontanarsi dalla sua famiglia per entrare in un programma di protezione.
E da quel momento è come se rinascesse, si allontana dalla mentalità ristretta dove era sempre vissuta, comincia a fare cose che per noi sono normali, esce, conosce persone e abitudini differenti, si innamora persino, ma la sua famiglia fa di tutto per farla tornare indietro, cercando di minare la sua fiducia nella magistratura e facendo leva sulla nostalgia di casa.
Alla fine Maria Concetta capisce di essere in trappola e nell’agosto 2011, dopo essere stata dal parrucchiere, scende in cantina e si uccide, bevendo acido muriatico. Ma in pochi, tranne la madre, il padre e il fratello che fanno ricadere la colpa sulla magistratura, credono senza riserve a una sequenza in cui una donna prima si fa bella per poi porre fine alla propria vita.
Dopo lunghe indagini il quadro che emerge è ben diverso dal suicidio.
Per impedire la collaborazione con la giustizia di Maria Concetta Cacciola si era mossa una squadra criminale. Uomini al servizio dei clan della 'Ndrangheta che avevano l'obiettivo di impedire che la donna continuasse a parlare ai magistrati, svelando i segreti dei boss e che non volevano che la donna diventasse un esempio da seguire.
Concluse le indagini, i carabinieri arrestano cinque persone: il padre, la madre e il fratello della vittima, e poi due avvocati penalisti molto noti nella piana di Gioia Tauro.
Per i familiari l'accusa è di concorso in violenza privata, concorso in violenza o minaccia per costringere a commettere un reato e concorso in favoreggiamento personale, tutti aggravati dall’aver favorito la 'Ndrangheta. Per gli avvocati le accuse sono pesanti: avrebbero indotto la donna a ritrattare le dichiarazioni che aveva fatto ai magistrati.


Giuseppina Pesce, nel 2011, aveva deciso di ribellarsi alle regole mafiose della famiglia, cominciando a collaborare con la magistratura.
Una donna di ‘Ndrangheta che si pente è una macchia che soltanto un familiare può “lavare”, con il sangue naturalmente. La protezione dello Stato le ha salvato la vita per due volte e le ha aperto le porte di una normale quotidianità.
Nell'aprile del 2011 interrompe però la collaborazione e sembra rientrare nelle grazie della famiglia, ma solo apparentemente, perché in realtà questo cambio di rotta è dovuto a pressioni, ricatti, offerte di danaro e soprattutto violenze sui tre figli minori, i quali non potevano parlare con la mamma, non avevano abiti e cibo al contagocce e in più erano soggetti a pressioni psicologiche che servivano per farli credere che la colpa di quella condizione di sofferenza fosse della madre, così indegna e cattiva. Per la privazione di cibo la piccola di 5 anni perde presto molto peso e subisce un calo del ferro tale da provocarle forti crampi alle gambe e insonnia, mentre il maschietto di 9 anni subisce percosse dal nonno e da estranei sotto lo sguardo dello zio. La ragazza più grande, infine, costretta a scrivere sotto dettatura una missiva alla madre, mentre si trovava in una località protetta della provincia di Roma, stigmatizza il suo comportamento e la ripresa della collaborazione con la giustizia.
Giuseppina ritorna a pentirsi nell’agosto dello stesso anno e scatena un terremoto giudiziario.
Lo scorso Ottobre si sono conclusi i processi.
Il marito Rocco Palaia, il suocero Gaetano, la cognata Angela e il marito di quest’ultima Angelo Ietto, i cognati Gianluca e Giovanni Palaia, la madre Angela Ferraro e la sorella Marina Pesce sono finiti in carcere il 4 ottobre del 2011 per associazione mafiosa, anche grazie alle rivelazioni di Giuseppina. La fine per lei di un calvario e l'inizio di una nuova vita.
Leggere le loro storie mi fa pensare ad un'Italia lontana, ad un modo di vivere vecchio che sembra superato, ma che in realtà è tutto fuorché passato.
Sono tantissime le storie di donne coraggiose che hanno dovuto affrontare prove difficili come queste.
Moltissime quelle che sono morte per poter cambiare le loro vite e quelle dei loro figli.
Fa riflettere la quantità di coraggio necessaria per fare scelte del genere quando a volte sembra impossibile fare anche solo un piccolo cambiamento nella nostra vita.

Al prossimo mese,
Monica, Miki, Fede, Franci e Daniela

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