mercoledì 4 giugno 2014

Ritratto di signora (29)

Buongiorno :)
Ieri avrei dovuto pubblicare "Ritratto di signora", ma con la mia testa perennemente tra le nuvole (per questo sono sognatrice) me ne sono completamente dimenticata, ma rimedio subito.
Questo mese la parola va a Monica.
Potete leggere questo articolo anche sui blog: Miki in the PinklandStasera cucino ioBooks Land e Un libro per amico.


Come ormai avrete capito, voi che mi seguite da un po’ di tempo, la fotografia è una delle mie passioni.
Poter fermare un momento in un frammento fotografico è qualcosa di veramente unico, lascia un’impronta e permette a noi stessi di ricordare cose del passato, momenti belli o brutti che siano.
Ci sono poi immagini che rimangono scolpite nella mente delle persone, fotografie famose in tutto il mondo ed è proprio qui che inizia questa storia.

Era una splendida mattina assolata, e mentre aspettavo che la mia dolce metà finisse di far colazione mi ritrovai a sfogliare un libro di fotografia.
A dire la verità era stata la copertina del libro ad attirare la mia attenzione, d’altra parte con un viso del genere era praticamente impossibile non rimanere folgorati. 

 http://www.lettera43.it/upload/images/04_2012/l43-ragazza-afgana-steve-120405133107_big.jpg 
Da quel giorno, sperduti in un ranch Canadese, in cui stavamo passando la nostra Luna di Miele, la mia passione (o ossessione chiamatela come volete) per questa immagine è cresciuta a dismisura.

Più guardavo la foto, più mi chiedevo chi fosse quella giovane ragazza. I suoi occhi fieri sembravano sfidarmi, e mi chiedevo quale fosse la sua vera storia.
Le poche parole che accompagnavano la foto (scattata dal grandissimo fotografo del National Geographic, Steve McCurry) parlavano di lei come una giovane profuga Afghana.
Il fotografo l’aveva incontrata, nel 1984, in un campo profughi a Nasir Bagh in Pakistan, vicino alla città di Peshawar; campo che ospitava i rifugiati fuggiti dall'Afghanistan occupato dai sovietici.

Al momento dello scatto la ragazza doveva avere circa dodici anni, era orfana ed era riuscita a raggiungere il campo con la nonna e i fratelli.
Poche righe che non rendevano giustizia a quel viso. Inutile dire che volevo saperne di più.

Il bello di questa storia, è che tutto il mondo era rimasto folgorato da quell’immagine. Quando uscì per la prima volta (nel 1985) sulla copertina del National Geographic tutti si chiesero chi fosse veramente quella ragazza, e soprattutto cosa ne fosse stato di lei.

In un paese perennemente in conflitto quante possibilità c’erano di riuscire a ritrovarla e scoprire di più sulla sua storia?

Nel 2002, esattamente un anno dopo il mio viaggio di nozze, Steve McCurry e il National Geographic decisero di intraprendere una nuova spedizione per ritrovare “la ragazza Afghana”.

Non era un periodo facile, non lo è tutt’ora per quei luoghi. La ferita lasciata dagli eventi dell’Undici Settembre era troppo fresca e il mondo guardava a quel paese come al luogo di tutti i mali del pianeta. Eppure, tra diffidenza, disperazione e guerra, una giovane donna stava per essere ritrovata.

Il giorno in cui vidi la nuova copertina del National Geographic rimasi scioccata. Avevo seguito la vicenda, ma non ero pronta a quello che avrei visto sfogliando il giornale. 

http://admin.servizioclienti.repubblica.it/systemImages/images/771bfd1b9ee2c0cf62883eef1d9108c6/0be294d79c1e30ad428c334fdf9b6621/images_6642b4fa61515bdc85799b301b9c4ee2.JPG 
Mi ricordo che tornai a casa con il giornale stretto tra le mani. Era arrivato il momento di saperne di più su di lei, chi era veramente, cosa aveva fatto in tutti quegli anni? Così arrivata a casa mi accoccolai sul divano pronta a leggere l’articolo, che tanto avevo atteso.
Prima di tutto, devo dire che la redazione del National Geographic ha fatto diversi esami per essere sicura di aver trovato la persona giusta. Tra questi, l’articolo iniziale parlava di un esame dell’iride, che è un po’ come quello delle impronte digitali.. non c’erano dubbi, la donna che Steve McCurry aveva ritrovato era proprio la stessa ragazza.

Con un timore quasi reverenziale, guardai per la prima volta il viso di Sharbat Gula, quasi vent’anni dopo il primo scatto.


http://www.archiviocaltari.it/wp-content/uploads/2011/08/2004855912_a439bfba991.jpg
McCurry, e la troupe del National Geographic, erano riusciti a trovarla grazie ad un uomo che l’aveva riconosciuta. Sharbat aveva vissuto per anni nel campo profughi, insieme ai fratelli, e poi era riuscita a tornare nella sua terra di origine e viveva insieme al marito e ai figli sulle montagne. 

 
Credo che sia stato scioccante per McCurry trovarsi di fronte una donna completamente diversa da quella fotografata tanti anni prima. Per me lo è stato, tanto che inizialmente mi ero convinta che non fosse la stessa persona.

In occasione di una mostra, qualche anno dopo mi sono recata a Modena per vedere con i miei occhi quelle fotografie. 

 http://www.lindiependente.it/wp-content/uploads/2013/10/02-steve-mccurry-overwhelmed-by-life-museum-fu-r-kunst-und-gewerbe-amburgo-620x350.jpg
Osservando le foto a grandezza umana, alla fine mi sono convinta. La persona fotografata nel 2002 è la stessa del 1984. Il problema vero, è ciò che questa donna ha dovuto passare negli anni.

La condizione della donna Afghana, sotto il regime talebano, è sicuramente una delle più difficili da comprendere. Queste sono solo alcune delle restrizioni a cui vengono sottoposte:

- Completo divieto per le donne di lavorare fuori di casa, il che vale anche per insegnanti , ingegneri e la maggior parte dei professionisti. Solo alcune donne medico e infermiere hanno il permesso di lavorare in alcuni ospedali a Kabul.
- Completo divieto per le donne di attività fuori della casa se non accompagnate da un mahram (parente stretto come un padre, un fratello o un marito)
- Frustate in pubblico per le donne che non hanno le caviglie coperte.
- Lapidazione pubblica per le donne accusate di avere relazioni sessuali al di fuori del      matrimonio. 
- Divieto per le donne di ridere ad alta voce.
- Divieto per le donne di indossare vestiti colorati vivaci. 
- Pittura obbligatoria di tutte le finestre cosicchè le donne non possano essere viste da fuori delle loro case.

Ne avrei tante altre da scrivere, ma credo che queste siano più che sufficienti a descrivere il mondo in cui una donna come Sharbat è cresciuta. Se a questo aggiungete un paese perennemente in guerra, è facile capire come quello sguardo fiero si sia trasformato in quello che vediamo nelle foto sopra riportate.

Non è facile per me parlare di questi argomenti, non giudico nessuno, ma al tempo stesso mi è sempre stato insegnato che in quanto persona io posso esprimere il mio parere su ogni argomento. Posso vestire come meglio mi aggrada, ho avuto la possibilità di studiare e di formare una mia personalità.

In questi ultimi anni, per fortuna, ci sono associazioni che stanno lavorando sul campo Afghano, per permettere alle donne di emanciparsi, di trovare una loro posizione e soprattutto per non dover più guardare negli occhi una donna come Sharbat e leggervi quel velo di tristezza infinita.
        
A queste donne coraggiose, va tutta la mia stima. A loro dico di non arrendersi e di continuare a credere che un futuro migliore può nascere, se lo si vuole e ci si crede.

Il mio ultimo pensiero va alla giovane Sharbat, a quella ragazzina inconsapevole che si è lasciata fotografare in un campo profughi. A lei che si è arrabbiata quando ha rivisto la sua foto per la prima volta vent’anni dopo, perché i vestiti erano sciupati, a lei che con i suoi occhi ha ispirato milioni di persone, alla donna che poteva essere e alle nuove generazioni che verranno.. spero in un futuro luminoso per tutte loro. 


Conoscevate la storia di Sharbat? Io mi ricordo di aver visto la foto scattata quando era ancora una ragazzina, ma non conoscevo la sua storia, e vedere il suo volto dopo vent'anni mi mette addosso tristezza e rabbia.  Spero che il futuro per queste donne sia completamente diverso, perché non è giusto, non è umano, il modo in cui sono costrette a vivere!!
Al prossimo mese, 

Franci, Monica, Miki, Fede e Daniela.
  

2 commenti: